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Roma
Lettera di un soldato dal fronte di guerra

Lettera nella quale il sottotenente del 6° Genio, Comando Sezioni Fotoelettriche, 3° Armata Autostazione 204 F., Vittorio Palanza, impegnato al fronte durante la I Guerra mondiale, esprime alla zia, la Serva di Dio Giuseppina Arcucci, le sue emozioni, sentimenti, affetto e nostalgia che provava verso i suoi familiari e per le cose care, così come la durezza della vita al fronte. Nella lettera emerge anche la premura che la Serva di Dio Giuseppina Arcucci nutriva per suo nipote Vittorio. Si fa allusione anche ad un familiare rimasto gravemente ferito in guerra (Mario Gallo, cugino di Vittorio).

Vittorio Palanza aveva origini abruzzesi, infatti, il padre, Alfonso Palanza, era nativo di L’Aquila e sposò una delle sorelle della Serva di Dio Giuseppina Arcucci, Beatrice Arcucci. La famiglia Arcucci trascorse circa nove anni all’Aquila.

 

Zona di Guerra

25 aprile 1916

Zia carissima.

Ricevo oggi le vostre dolci e tristi parole che recano a me le vostre carezze.

Nel Duomo di Udine, ove io ho ascoltata la messa pasquale per vostro desiderio e per il bisogno dell’anima mia di obliare per un istante la triste e vuota ora presente e di rivivere con le persone care, con le cose care, là io ho avuto i ricordi, i rimpianti, i pensieri che voi mi additate. E di là ho mandato a voi il mio saluto, come alito ardente, vivissimo, balzato fuori della veste obbligatamente fredda, continuamente triste, che ricinge e opprime tutto il fuoco tutti i palpiti della mia giovinezza.

A voi che sapete sentire, apprezzare, compatire e leggere nell’anima quanto spesso costi un sorriso, a voi io esprimo tutta la mia gratitudine per questa ora commossa che mi date.

Forse altri ha più palpiti e lacrime; ma anche io, mentre tuona come oggi cupo, violento e ininterrotto il cannone sul fronte vicino, penso e palpito, non per me, e sono invaso dalla tristezza dei giorni grigi di questa primavera di sangue; anche io che sono oppresso dall’immagine del nostro Mario, povero martire, e che non so trovare più parole valide a tranquillare chi palpita e piange.

Possiate voi, sempre fiduciosa e forte, trovare la calma e inspirarla, alleviare agli altri la pena che noi non sappiamo lenire, essere l’espressione delle nostre anime ardenti che non possiamo più far trasparire dalle nostre espressioni rudi e stentate.

Ai cugini e a voi abbracci e baci tenerissimi

Vittorio”